NOTE DI REGIA

Raccontare il passato è l'arma concreta utilizzata contro gli altri per mistificare la realtà e restare in vita. Le coppie del passato – Théa è la vecchia fiamma di Tesman, Hedda ha avuto una relazione segreta con Lövborg – sono adesso invertite. Tesman è sposato con Hedda, Lövborg vive con Théa e suo marito. Nello svolgimento dell'azione, assistiamo a un'ineluttabile ricomposizione del vecchio schema: le antiche coppie si ricongiungono, una nel suicidio e l'altra nel lavoro di ricostruzione del manoscritto, ormai postumo, dell'opera monumentale che Lövborg sta scrivendo. Quattro personaggi – un quartetto, come in musica, che ci permette di mettere in rilievo le relazioni, le loro simmetrie e le loro opposizioni mimetiche.

Un gioco di specchi che assomiglia a una partita a scacchi. I Tesman aspettano sempre la visita di qualcuno, spaventati. L'attesa è consumata dall’avvicinarsi della morte, elemento innominabile che circonda, o force accerchia, i personaggi e rende il tempo pesante: il passato, il futuro, le date, le ore che passano tra il giorno e la notte, le indicazioni temporali vengono suggerite senza tregua. Questa inquietudine legata al tempo ci ha portati a scavare nella pièce. Hedda Gabler si è rivelata più vicina a una tragedia greca che a un dramma borghese. Il testo risveglia la forza di Medea, fa apparire talvolta le tracce delle Baccanti. Il mistero, il rito, la maledizione e la vendetta sono penetrati nel quotidiano di questa casa di una città del nord Europa. Una quotidianità soltanto apparente, in cui ogni servilismo al destino è rifiutato e la determinazione dei personaggi si mescola con la volontà di dominare l'altro fino alla distruzione reciproca. Senza esclusione di colpi.

Il tempo di cui si parla in tutto il testo è anche il luogo di tensione tra Eros e Thanatos. Il piacere erotico si muove tra l'ossessione di distruggere e di ricostruire la vita dell'altro. I personaggi di Ibsen vogliono sapere tutto, e non vedere niente. Sembrano preparare una battaglia per sfuggire, ognuno a suo modo, dal tempo, come se volessero rendersi eterni, rendere assoluta la propria vita per trionfare sulla morte, come se cercassero una promessa di redenzione.

Ma le loro azioni sono malate - come zia Rina, che Ibsen rifiuta di mostrarci. Anche il cambiamento fisico di Hedda, sintomo visibile della sua gravidanza, è una malattia indicibile che la minaccia. Un temporale scoppia ma i personaggi non vi prestano alcuna attenzione. Annunciatore di morte, sempre presente in sottofondo, il temporale rappresenta l'elemento naturale purificatore e inquisitore. Thanatos è anche nei fiori che riempiono la nuova casa, nelle figure evocate dei padri defunti di Hedda e di Tesman, nella malattia di zia Rina che resta un miraggio lontano. Come se la morte fosse per forza altrove.

La nostra scena è svuotata, disintegrata in uno spazio sospeso nel buio. Una casa ridotta a qualche accessorio di cui i personaggi si servono per esistere. L'accumulazione delle tracce del passato e del futuro compone il grande tappeto di casa Tesman: fotografie e fogli bianchi di un'opera monumentale che deve essere scritta, come una grande celebrazione dell'umanità.

Il doppio infanticidio – il manoscritto distrutto è paragonato ad un bambino ucciso - che è il motore della storia convoca dunque l'umanità intera. L'opera di Lövborg e di Théa sul “potere della civiltà nel futuro, sul suo sviluppo e sul suo avvenire” è bruciata come se si bruciasse un bambino. L'altro bambino, quello che Hedda porta in grembo, non vedrà mai la luce, diventerà il centro simbolico dell'atto omicida, distruttore e fondatore della civiltà.

Assistiamo a un rituale violento e macabro che, attraverso questo infanticidio simbolico, lascia aperta la questione del futuro della civiltà, dell’umanità intera. Restano solo le tracce di un manoscritto di cui non sappiamo nulla lasciate nelle mani di una nuova-vecchia coppia di personaggi che riesce a salvarsi in questo carnaio con il sostegno di un giudice molto ambiguo. “Sono cose che si dicono, ma non si fanno”. Così Ibsen conclude enigmaticamente la pièce, ribaltando l'equilibrio tra parola e azione e lasciando i suoi personaggi, allo stesso tempo salvi e condannati, come spettri incastrati in una realtà di cui ignorano la natura.

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L'AUTORE

Henrik Ibsen

IL TRADUTTORE

Michel Vittoz

IL TESTO ÉDITIONS ACTES SUD

Hedda Gabler

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