NOTE DI REGIA

Ci sono cinque personaggi in questa commedia scritta nel 1990 da Jean-Luc Lagarce e rappresentativa di un momento chiave della sua esperienza autobiografica. Una madre, due figli, una figlia, una nuora. Scoperto in Italia nel 2009 con l'allestimento di Luca Ronconi al Piccolo Teatro di Milano, Giusto la fine del mondo è un testo che continua a parlarci e a far parlare le nostre relazioni all'interno del nucleo familiare, mutevoli nel corso degli anni, così come ciascuno degli elementi della famiglia. La struttura nascosta potrebbe essere quella di una tragedia classica: una riunione per tutti, un ritorno per Louis, un nostos, per dirlo alla nostra maniera, per annunciare la catastrofe imminente, definitiva, la propria morte. Il figlio maggiore partito da anni torna per rivedere i suoi un'ultima volta, appena prima di morire. I piani d'ascolto e le temporalità si sovrappongono, forse Louis è già morto, già tornato, già ripartito. Questa specie di Figliol Prodigo porta in scena più una reticenza che una incapacità: la mancanza di volontà di annunciare proprio l'evento che servirebbe da pilastro portante alla tragedia classica, rende la commedia un tempo sospeso, un tempo di ozio, spazio violento ideale per dire la propria sugli altri e declamare la propria verità. Il linguaggio di Lagarce si allontana completamente dalla tragedia classica per incontrare la frammentazione e l'irruzione del pensiero nel pensiero, della parola esitante che cercando di dire il mondo prova a dominarlo, faccia pulita della medaglia nel tentativo di dominio degli affetti. In questa situazione risiede la contemporaneità del testo, la sua sconcertante parentela con la nostra sensibilità. Quello che rimane di un velo tragico antico è la presenza di sogni, incubi e proiezioni che infestano i discorsi e le relazioni di questo nucleo familiare in cui il grande assente è il padre.

Abbiamo scelto di proporre una nuova traduzione del testo, percorsa dalla profonda riflessione drammaturgica di Paolo Bellomo, che fa emergere in maniera dirompente l'emotività della pièce. Si ride, si inciampa nel linguaggio, si distorce il pensiero in questa commedia; ci si ricorda, ciascuno a modo suo, e ci si rivolge sempre a qualcuno, spesso con potenti invettive. Ci si scusa e ci si accusa, si rivanga il passato e si constata, un po’ troppo spesso per crederci, l'estraneità del presente nel quale tutti sono insieme sconosciuti e complici – ma di cosa? Chi non parla è Louis, e tutti lo notano. Il lavoro di traduzione della pièce si appoggia anche sulla nostra esperienza di emigrati-immigrati in Francia, di stranieri abituati ai ritorni e alle partenze dal foyer familiare. La carica d’indicibile che la vita tra due paesi porta con sé, la “doppia assenza” nella quale mutilazione e compiacimento sono così strettamente legate, è al centro della parola di Lagarce e del nostro trasporto in lingua italiana. La lingua-madre diviene dunque l’oppressore da cui liberarsi e a cui fare ritorno solo quando l’autonomia data dal vivere altre lingue ci permette di farle succedere qualcosa. La lingua del Lagarce che presentiamo è italiana e allo stesso tempo imbastardita, per lasciar parlare qualcosa d'altro rispetto alla conversazione o a un semplice rimosso psicologico che circola tra Louis, Catherine, Antoine, Suzanne e La Madre. In questo, abbiamo seguito l'ambivalenza del montaggio linguistico compiuto dall'autore stesso.

La pièce è costruita su un tempo ambiguo, quotidiano e metafisico. Una domenica o un anno intero. Al centro della vicenda, un pranzo in famiglia, l'incontro tra cognati, due fratelli che si scontrano, una sorella che si allea prima con uno poi con l'altro. I personaggi sono profondamente concreti, violenti, precisi, ancorati al contesto di una provincia qualunque. Ma allo stesso tempo sono personaggi vacui, trasparenti, generici, si lasciano attraversare dalle parole. Su questa doppia natura dei ruoli si costruisce la commedia, meccanismo teatrale circolare, che non vuole cominciare né finire, ma che rilascia una quantità infinita di dettagli intimi disseminandoli nello scorrere dei tableaux. Un flusso in cui pensiero, coscienza, inconscio, giudizio e auto-rappresentazione si susseguono come anelli di una stessa catena. La ripetizione e il montaggio quasi cinematografico del testo sono gli strumenti di un ingranaggio drammatico che si è bloccato, di equilibri fossilizzati, resi quasi immutabili, che proprio in quest'immobilità trovano la forza di smuovere tutta la carica emotiva della relazione affettiva. Il ricatto emotivo, lo scontro, lo sguardo dell'altro, il giudizio crudele e perentorio, la prevaricazione e l'invidia giocano a questo pranzo della domenica, da cui si parte esattamente come si è arrivati, senza risoluzioni, ma con un'inspiegabile e nervosa amarezza.

 

 

LIENS

L'AUTEUR

Jean-Luc Lagarce

IL TRADUTTORE

Paolo Bellomo

IL TESTO 

Juste la fin du monde

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